crescita personale, psicologia

Positività tossica

Probabilmente andrò contro corrente e farò storcere il naso a molte persone. Ma se dicessi che l’ossessione per la positività sta rovinando la nostra salute mentale?⁣

Chiediamoci sempre cosa c’é dietro ad un sorriso. Quanti pianti e quante difficoltà ci sono dietro quella gioia.⁣

💭Spesso ho pensato che sarebbe stato giusto parlare sui social anche dei momenti meno felici, ma qualcosa mi ha sempre bloccata. Ho sempre preferito assentarmi nei giorni ‘no’ per evitare di trasmettere il mio umore.

Ma il risultato di questo? La creazione inconsapevole di un posto digitale dove si parla solo di positività, di cose belle, dove si condividono solo i successi e mai i fallimenti, dove si scrivono citazioni sul successo e sulla felicità, dove la tristezza, la malinconia non è ammessa: perché non è vero che stai male, in realtà stai benissimo, sei solo troppo negativo, e il mondo non è un brutto posto, sei tu che lo vedi in quel modo.

Ecco che gli utenti spesso si sentono fuori posto e sbagliati per non essere sempre al 100%.⁣

❗️Ovviamente, non c’è niente di male nell’essere ottimisti e nel cercare di stare fisicamente e psicologicamente meglio e cambiare le proprie abitudini negative, ma questa esposizione continua alle good vibes risulta spesso in contrasto con il mondo reale: rischiamo di vivere come la vignetta del cane che continua a ripetere “this is fine”, mentre è evidente che non è assolutamente così.


Studi recenti hanno confermato tutto questo: pensare che “per essere felici basta volerlo” crea ansia e può renderci miopi davanti alle difficoltà. Ed è difficile accettare questa affermazione, perché ce lo dicono tutti i giorni, persino nei libri di auto aiuto. Insomma, l’ottimismo a priori può fare più male che bene.⁣

Pensate che soltanto nel nostro Paese l’85% degli italiani soffre di disturbi legati allo stress.

Se dovessimo farci un’idea basandoci solo sul nostro feed di Instagram, l’impressione sarebbe invece quella di vivere in pieno edonismo (= Edonia: un concetto di benessere molto semplificato, che tende a ridurre la felicità al vissuto di emozioni positive; contrapposto all’ Eudaimonia: un benessere che nasce dalla capacità di dare un senso alla propria esistenza e di funzionare quanto meglio possibile, date le circostanze.)

La falsa positività ci induce a nascondere tutte le emozioni negative e riduce la complessità dei nostri sentimenti a un binarismo tra “buoni” e “cattivi”, che a lungo andare si rivela nocivo.

Non basta fare pensieri felici per essere felici, e questa convinzione può rivelarsi controproducente. Secondo alcuni studi le persone che credono che le proprie emozioni possano essere cambiate con la forza di volontà e la positività sono più inclini a incolparsi per le proprie emozioni negative.

La cultura della positività imposta è opprimente sia per chi decide di abbracciarla sia per chi invece soffre di depressione o di psicopatologie, magari sottovalutate o non diagnosticate.

L’idea che basti pensare positivo per far sì che le cose belle accadano, significa far ricadere la responsabilità delle esperienze e dei sentimenti negativi esclusivamente sulle scelte dell’individuo. Ma le persone non decidono di essere depresse, o anche semplicemente tristi.

E’ impossibile essere sempre positivi. Non possiamo pretendere di essere invincibili, di provare sempre felicità. I momenti giu e le giornate no esistono. Vanno accettati, compresi, risolti. Bisogna essere consapevoli della realtà, dell’esistenza di determinati eventi che possono scombussolarci e dobbiamo avere la capacità di non evitarli facendo finta che vada tutto bene, ma l’abilità ad affrontarli, a pensare “okay, é successo questo/oggi mi sento così, è un momento che devo accettare e comprendere per poterne uscire”.

Cerchiamo di accettare la nostra vulnerabilità e normalizziamo le emozioni negative.

A presto,

Giulia.

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